Dove abita la felicità?

Autore: Simona Colpani

“Scomoda giace la testa che porta una corona”
W. Shakespeare – Enrico IV

Essere felice. Credo sia ciò che vogliamo tutti per i nostri figli, per noi. Eppure la gioia, il dolore, non abitano dove immaginiamo. Forse anche lì, ma spesso si nascondono nei luoghi più impensabili.

Ricordo una favola narratami quando ero piccola nella quale un re possedeva tutto, ma non era felice. Pensò che avrebbe risolto il suo problema indossando la camicia dell’uomo più felice del suo regno. Quando, dopo anni di ricerca, finalmente gli trovarono quell’uomo, scoprirono anche che era così povero da non possedere nessuna camicia. E così il re non poté avere la camicia dell’uomo più felice del suo regno, e neppure la sua felicità.

Un re pieno e ripieno di averi e di infelicità, un povero senza nulla e felice. Le famiglie che oggi non hanno nulla perché sono senza lavoro non credo siano felici. Non possedere nulla non significa automaticamente essere felici, anzi! Eppure ogni storia nasconde una verità.

La verità che la favola tenta di raccontare non credo, o non voglio credere, sia un inno al dolore e alla mancanza. Non credo si possano auspicare i “dolori innocenti”[1]. Anzi. L’impegno deve andare esattamente nella direzione opposta (altrimenti siamo in presenza di una patologia che si chiama masochismo!).  Non condivido posizioni come quelle di un conoscente che un giorno mi disse che per le ferie aveva sempre portato i figli in montagna, e mai al mare, perché la vita è sofferenza e quindi dovevano abituarsi sin da piccoli ad affrontare la fatica. Non è questo. Che tristezza che la montagna, bella com’ è, anche con le sudate e le sfacchinate che può richiedere, sia percepita solo come fonte di “allenamento alla fatica ed al dolore”.

Purtroppo, però, non è possibile vivere senza mai incontrare l’esperienza del dolore, anche se cerchiamo di fare di tutto per facilitare la vita alle persone che amiamo. Non sono più felici i bambini che hanno una casa più grande, e neppure quelli con i genitori più premurosi. Non sono più felici i bambini che possiedono l’ultimo gioco di tendenza, e neppure quelli che possono vestirsi sempre secondo la moda. Non lo sono neppure quelli a cui S. Lucia ha portato tutto quello che avevano chiesto e magari anche qualcosa in più, tanto per avere garantito l’effetto stupore…. Quindi, cosa possiamo fare?

Ho già citato in passato il testo “Come proteggere i bambini” che esorta a:
- evitare loro dolori inutili;
- fare scoprire loro che hanno dentro di sé le risorse per far fronte alle difficoltà – cosa che possono scoprire solo se gli diamo la possibilità di sperimentare che possono superare le difficoltà senza essere sostituiti da noi, ovvero senza fare al loro posto senza, al contempo, lasciarli soli –.

A queste due indicazioni credo vada aggiunta un’altra attenzione: occorre imparare a superare la mancanza vivendo il presente[2]. La frase può sembrare oscura, ma contiene indicazioni concrete per aiutare i bambini a far fronte al dolore offrendogli strategie per essere felici, andando oltre le fatiche che la vita prima o poi presenterà loro.

Il dolore è spesso legato alla percezione di una mancanza: mi manca la mamma, mi manca un’approvazione che attendevo, un riconoscimento, un’attenzione, una persona, un gioco che ho visto, una telefonata che non arriva…. Solo leggere il dolore come percezioni di mancanza di qualcosa può spiegare una frase, dire un epitaffio per intensità e pregnanza, che ho sentito pronunciare da una sorella di una persona con disabilità: “Noi, strangolati dal privilegio di non avere la sindrome”. Ha riassunto, con parole lucide, tante delle storie raccontate dai numerosi fratelli di persone con disabilità che hanno avuto modo di potersi raccontare. La presenza di una disabilità è così forte in una casa, ma anche quella di un lutto, da essere evidente la mancanza per chi non ce l’ha nella pelle. Così anche “il non avere” la sfortuna di avere una disabilità, o di aver vissuto un evento difficile, può diventare doloroso.

La mancanza nasce dal vivere rapportandosi con il passato (qualcosa che avevo e non ho più o non ho avuto) o con il futuro (qualcosa che vorrei arrivasse e non arriva). Vivere il presente, e ciò che ha da offrirmi, è il modo migliore per aiutare un bambino a superare il sentimento di dolore derivante dalla mancanza. Quante volte capita che un bambino pianga alla separazione con il genitore, ma gli bastano pochi minuti senza vederlo che si rasserena ed inizia a giocare. Un bambino sperimenta la mancanza anche quando deve smettere di giocare per andare a fare un’altra cosa… piange nel cambio di situazione, poi quando è in quella nuova non vorrebbe più cambiare neppure per tornare a fare quella precedente!

Per questo quando un bambino si ostina, esprimendo anche con il pianto la sua volontà,  funziona distrarlo, ovvero offrirgli una nuova cosa -una nuova presenza- nella quale concentrarsi. Facendo molta attenzione a non confondere il distrarre il bambino con il mentirgli! Mai mentire ad un bambino: imparerà a non fidarsi di noi.

Noi genitori non possiamo dare ai nostri figli tutto ciò che desiderano perché non sentano la mancanza di ciò che immaginano, o anelano. Capita anche che si lasci ai figli, per fare un esempio, uno spazio che di diritto (e dovere[3] appartiene ai genitori come il lettone perché “sente la mancanza di…, ha paura a stare da solo…”. Gli diamo ciò che chiedono perché è difficile stare di fronte al pianto di un figlio quando ci basta così poco per evitargli un dolore, una sofferenza. A volte siamo accondiscendenti perché è la soluzione più veloce, meno faticosa per noi.

Dando tutto, con il crescere dei figli possono verificarsi due conseguenze diverse. La prima è che ad un certo punto capiscono che non siamo onnipotenti e che ci sono cose alle quali non possiamo dare risposta. Quando accade – di solito con l’inizio della preadolescenza – iniziano a criticare ciò che facciamo su tutti i piani. Ragionano per bianco e nero: se il genitore non può tutto e non ha sempre ragione (come credevano), allora non può nulla e non ha mai ragione. La seconda è che non hanno sogni, oppure se li hanno li perdono poco dopo perché non hanno sviluppato la forza di conquistare poco per volta ciò che desiderano, gestendone la mancanza. Non saper vivere la sofferenza della mancanza significa non poter pensare in una dimensione temporale che includa il futuro. Ed è proprio ciò che vediamo oggi nei bambini: vogliono tutto e subito.

L’imperativo categorico, ovvero il compito a cui ogni genitore è chiamato e da cui nessuno di noi deve sottrarsi, per preparare i figli ad entrare nel mondo è insegnare al bambino a trasformare la mancanza in attesa, donandogli così il futuro.


[1] Qui si aprirebbe il bisogno di spiegare perché ci sono spazi che dobbiamo rivendicare non solo per diritto, ma anche per dovere. Accenno solo che i bambini imparano da ciò che facciamo e non da ciò che diciamo loro. Abbiamo il dovere di “rivendicare” alcuni luoghi e spazi come nostri perché in questo modo insegniamo, attraverso l’esempio, che ognuno ha a rivendicare un proprio spazio, quindi ad esistere.


[2] Curioso che la divinità greca del gioco sia Pais, e riguardi “tutto ciò che non è affetto dalla necessità e dal tempo”  (C. Sini, Le arti dinamiche, Filosofia e Pedagogia, p. 84).


[3] L’espressione è il titolo di un libro di Vito Mancuso, ed. Mondadori.

Inserito in Coterapeuta, Educazione, Musicoterapia umanistica, Simona Colpani

EDUCAZIONE E MUSICOTERAPIA

Il processo cognitivo dall’ascolto della musica al fare musica

Autori: Mario Zattin – Mariateresa Turrici

Una frase che è rimasta impressa nella mia memoria quando ho chiesto informazioni ad un insegnante di musicoterapia riguardo ad un corso molto famoso in Italia è questa: “poi c’è quell’altra insegnante ma non fa musicoterapia, lei insegna il pianoforte ai disabili!”

Sinteticamente l’assunto è questo: ad un disabile conoscere la musica non serve a niente! La musicoterapia non si deve interessare all’aspetto educativo. Per fare musicoterapia non serve saper suonare uno strumento, anzi è di ostacolo.

Molti anni sono passati ma ancora adesso questa insegnante viene etichettata come una “maestrina” in accezione negativa. Forse queste persone non sanno che la parola “Maestro” ha anche significato di “Dotto, esperto in una scienza, in un’arte”.
Dizionario etimologico online – www.etimo.it

Come è possibile ancora adesso pensare che la musica e l’educazione non c’entrino con la musicoterapia? È questione di ignoranza oppure di pregiudizio? Dal dizionario etimologico online – www.etimo.it – questa è la definizione di pregiudizio: “Pregiudizio dal latino PRAE JUDÌCIUM giudizio antecedente, anticipato;  falsa opinione precedente dal giudicare prima di conoscere bene la cosa; vale anche Pena o Condanna patita al seguito di precedente giudizio”.

Inoltre, nell’articolo “How Arts Training Improves Attention and Cognition By Michael I. Posner, Ph.D. and Brenda Patoine – September 14, 2009” si legge: “Come abbiamo visto, recenti studi hanno trasceso il paradigma fallito di esporre semplicemente le persone alle arti e ora si concentrano sugli effetti della formazione artistica che duri mesi e anni.”
http://dana.org/news/cerebrum/detail.aspx?id=23206

Da recenti ricerche è emerso che l’apprendimento musicale non coinvolge solo le aree cerebrali preposte all’udito, al linguaggio (apprendimento del canto) ed alla motricità fine (quando si impara a suonare uno strumento) ma influisce anche sulle funzioni cognitive connesse alla percezione spaziale, alla memoria e all’attenzione.
Da “Il Prisma” – Il sito di psicologia http://www.ilprisma.org/articolo81.htm

Gli studi fatti dalle neuroscienze ci dicono che fare musica cambia strutturalmente i circuiti cerebrali. Facciamo un esempio tratto dall’articolo “How Arts Training Improves Attention and Cognition”: “come si pratica un compito, la sua rete sottostante diventa più efficiente e le connessioni tra le aree cerebrali che svolgono i diversi aspetti del compito sempre più strettamente integrati. Questo processo è analogo a un’orchestra che suona una sinfonia. La musica che deriva dall’integrazione delle sezioni orchestrali è probabile che il suono sia più fluido la centesima volta che suonano un pezzo che la prima volta.”

È interessante leggere: in che modo impariamo nuovi concetti? Possiamo prevedere le difficoltà di apprendimento o del linguaggio nei bambini a partire dallo studio delle loro risposte elettroencefalografiche? Come progettare software interattivi che offrano un ausilio per quei bambini con problemi legati all’apprendimento della matematica? La musica può stimolare certe abilità cognitive di base trasferibili in altri domini di conoscenza?
(Il sapere educativo incontra le neuroscienze – http://www.stamptoscana.it/articolo/innovazione/il-sapere-educativo-incontra-le-neuroscienze)

Potrebbe diventare possibile far compiere ai bambini in età prescolare, o forse già di pochi mesi, semplici esercizi che assicurino loro di arrivare alla scuola con adeguate abilità cognitive.
Se si dimostreranno efficaci, questi interventi potrebbero avere una forte influenza sulla didattica, riducendo in modo spettacolare l’incidenza di numerosi problemi di apprendimento.

Dalla rivista online “Le Scienze” – http://www.lescienze.it/news/2011/09/21/news/come_fare_un_bambino_che_impara_di_piu_-550609/

“Nel campo della riabilitazione queste scoperte si traducono nell’abbandono delle tecniche di stimolazione passiva e nel promuovere, al contrario, l’apprendimento attivo, l’esposizione e l’esperienza produttiva: la musica diventa quindi il mezzo attraverso cui il cervello ricrea nuove “forme”, attraverso, appunto, l’esercizio e l’apprendimento. È così che il cervello riesce a recuperare al meglio le abilità perse a seguito di traumi, patologie o deficit cognitivi. In questo senso la musica, da debole ausilio alla terapia, può invece oggi essere considerata un potente fattore di rieducazione cognitiva, motoria e del linguaggio, impiegata, oltre che nei disturbi neurologici, in tutti quei casi di afasia, disturbi dell’apprendimento e del linguaggio nei bambini.”                                                                                                                                                  (rivista “State of mind – Il giornale delle scienze psicologiche”)

Se questo è vero allora non è del tutto impensabile che, dove possibile, suonare uno strumento possa essere di aiuto anche a quei bambini, ma non solo, con patologie invalidanti come plurihandicap, autismo infantile, paralisi cerebrali infantili, problemi di apprendimento, problemi e/o disturbi del linguaggio, sindrome di Down, sindromi varie, sordità infantile ecc.

Ci sono però molti aspetti che devono essere approfonditi. In questi ultimi decenni c’è stata una proliferazione di metodi da somministrare per dare risposte immediate e con sicuro effetto. Non è cosi? Quante volte sono stati illusi i genitori con metodi miracolosi? Quante volte si è detto che bastava imparare ad usare un metodo per risolvere uno specifico problema? Tutto questo è etico?

Gli stralci qui sopra riportati, testimoniano con scientificità un sapere antico: divenire esecutori e non solo auditori dell’arte Musica promuove cambiamenti.
I risultati delle ricerche avvallano quindi che il fare è importante. Far sì che le persone, anche le persone con difficoltà, possano apprendere un’arte, è azione terapeutica, in quanto promuove un cambiamento.
Nonostante ciò, trovo che siamo di fronte ad una ennesima suddivisione per parti dell’uomo. Se tale modalità è utile o necessaria per focalizzare un dato di ricerca, troppo spesso ci dimentichiamo poi di riunire. L’uomo è uno e unico, vive ogni istante con tutto se stesso, anche se a volte lo dimentica, non se ne accorge, o non vuole saperlo.
Per questo penso che applicare metodi che derivano da conoscenze che non tengono in considerazione la globalità della persona sia un rischio. Il rischio è di vedere solo la difficoltà, ossia una parte della persona, dimenticandoci che nella persona c’è molto altro, che tutto vive, si evolve e muta in ogni attimo, pur rimanendo se stessa, così come un   brano musicale che accenna un tema, lo varia lo amplia … cambia, eppure rimane lo stesso brano musicale.

Prossimamente ho intenzione di proseguire questo argomento partendo dal libro di Trevarthen Colwyn, Empatia e Biologia:                                                                                     “In particolare Trevarthen riesce a dimostrare che noi siamo innatamente umani”.

Inserito in Educazione, Mariateresa Turrici, Mario Zattin, Musicoterapia umanistica

Ascoltare ed essere ascoltati

Autore: Simona Colpani

Ogni tanto io e mio marito ci troviamo a sorridere per la quantità di volte che i miei figli riescono a dire mamma nel tempo di una cena. Capita che partano con “mamma….” E al mio “Dimmi” la risposta sia: “Non lo so, non mi ricordo più”.

Sono tante le volte in cui ci viene richiesto di ascoltare, così come sono tante le volte in cui chiediamo ai nostri figli di ascoltarci, di ascoltare le insegnanti. In realtà quello che chiediamo, e che ci viene chiesto, è di essere sempre in posizione di ascolto. Questa richiesta provoca emozioni diverse, da chi si annulla mettendosi completamente al servizio del figlio a chi presume di sapere di cosa possa avere bisogno preoccupandosi di soddisfare ogni suo bisogno senza verificare che sia tale. Due estremi che raccontano, come l’infinità di altre diverse posizioni, una sola cosa: che ascoltare è difficile. Ascoltare richiede uno spazio, un tempo, un’attesa perchè è un atto di amore.

Alfred Kallir, studiando gli alfabeti antichi e moderni e mettendoli a confronto, ha evidenziato come ogni lettera, in tutti gli alfabeti, sia radicata in un’esperienza. Ogni lettera, per la sua forma e per il suo suono, ha una storia, e questa storia è la vita. Ascoltare inizia con la A come Amore, come l’Am del bambino che si fa imboccare. Un bambino non si fa imboccare da tutti, né tanto meno un adulto. L’essere imboccati è un gesto intimo, che riguarda la sfera privata.
Ascoltare non è molto diverso dal lasciarsi imboccare. Occorre essere disposti a cambiare, a crescere, e nulla ci può cambiare tanto quanto i figli!

Per ascoltare sono necessarie alcune premesse. La prima è che qualcuno nella vita ci abbia ascoltato veramente. La seconda è che ci sia silenzio. La terza è che ci sia spazio, spazio fisico e mentale per l’ascolto. La quarta è che ci sia un tempo e che questo sia il tempo del presente.

Sembra un’affermazione inutile, eppure tante volte, senza rendercene conto, non siamo nel presente: ascoltiamo chi abbiamo di fronte avendo ben presente le nostre emozioni e storie del passato o ciò che chi abbiamo di fronte ha fatto nel passato. La conoscenza a volte diventa una gabbia che non consente l’ascolto dell’oggi, rendendo di fatto difficile il cambiamento, l’avvento del futuro.

Paradossalmente, uno degli ostacoli maggiori all’ascolto è proprio la preoccupazione. Ci sono genitori che si preoccupano così tanto per i figli, cercando di prevenire ogni loro possibile bisogno, da soffocare quasi i figli. Essere pre–occupati significa occuparsi di una cosa prima che questa accada. Se da un lato ciò ci consente di non farci trovare impreparati, dall’altro lato rischia di farci trovare già “pieni” di ipotesi e soluzioni, quindi di non lasciare spazio all’ascolto di ciò che in quel momento accade.

È questa una delle situazioni più difficili da modificare o delle quali accorgersi, proprio perché l’adulto è molto attento ed in ascolto. Lo è così tanto che i suoi pensieri e decisioni riempiono tutto lo spazio della relazione. La preoccupazione mette ansia, rende troppo tesi e se si è tesi non si riesce ad ascoltare.

Parlare, e ancora più scrivere di ascolto, è difficile perché è un tema molto complesso. La parola ascolto è un po’ come la parola amico. Ci sono tanti tipi di amici: quelli che incontro per strada o che condividono con me una passione, quelli con cui gioco, e quelle rare persone a cui mi sento di poter dire di tutto e a cui permetto di dirmi cose che vorrei non dover ascoltare. Lo stesso vale per l’ascolto: posso ascoltare il compagno che mi chiede una matita, posso ascoltare quello che mi chiede di giocare con lui o che ha bisogno di un aiuto, posso ascoltare la richiesta di un figlio che mi chiede di poter andare da un amico o di frequentare uno sport, o un certo tipo di scuola, …. E poi c’è l’ascolto dell’intimo. Questo tipo di ascolto è profondo, tanto da essere un Dono reciproco. E’ tale quando è un’esperienza importante sia per chi ascolta che per chi è ascoltato.
Sono eventi rari, anche perché poter ascoltare così una persona richiede che dall’altra parte ci sia una persona disposta a farsi ascoltare, quindi a voler raccontare di sé.

Noi a chi raccontiamo i nostri sentimenti e bisogni più forti? Li raccontiamo? Sappiamo quali sono o lo scorrere dei giorni ci porta a fare ciò che dobbiamo, con responsabilità, perdendo via via, con il tempo e l’abitudine, di avere presente perché facciamo alcune scelte e non altre? Non parlo delle grandi scelte della vita, come quella di sposare una persona, o scegliere una scuola, … Mi riferisco anche a tutte le piccole azioni del quotidiano: comprare la verdura già lavata nelle buste o già cotta oppure cucinare noi, preparare la tavola e chiamare i figli quando è tutto pronto o fare apparecchiare a loro, ma anche le scelte (quando è possibile scegliere!) relative al lavoro. Agiamo così perché ci abbiamo pensato o perché altri accanto a noi o prima di noi hanno fatto così?

Non fa parte della nostra cultura l’educazione all’ascolto di sé, ed è uno dei motivi per cui è difficile ascoltare gli altri. La nostra cultura ci ha insegnato ad obbedire (obbedire inteso come sottomissione al volere di un altro). Prima si obbediva ai genitori. Una volta divenuti grandi, il desiderio di essere ascoltati si è tradotto in un ascoltare i figli …. obbedendo a loro!
Sembra un po’ il gioco del gatto che si morde la coda: se non ho mai avuto esperienza in cui sono stato ascoltato non so come si ascolta, se non so come si ascolta non ascolto; se non ascolto, chi ho di fronte se ne accorge e non mi parlerà mai dei suoi pensieri più profondi.

Poter parlare dei miei sentimenti e dei miei pensieri profondi richiede che io ne sia consapevole, ma si diventa consapevoli.  Un bambino piccolo che piange per la fame piange perché sta male, non perché ha fame. Tanto è vero che piange anche perché ha mal di pancia, perché gli dà fastidio il pannolino, perché vuole uscire di casa, … A forza di essere ascoltato diventa consapevole di cosa gli genera fastidio o dolore. Molto più complesso per noi genitori è capire quali emozioni lo turbano, lo fanno disperare, gli danno gioia. Riuscire a dare un nome alle esperienze emotive è consentire al bambino, ma anche all’adolescente, di conoscerle prima e riconoscerle in seguito. Se non conosco ciò che mi sta capitando, come faccio a raccontarlo? Come può ascoltarmi chi ho accanto e mi ama se io non racconto? Ma come faccio io a raccontare se non so cosa è che mi sta succedendo? Se non ho parole che possano dire cosa mi capita?

Ascoltare e raccontare sono eventi che si imparano solo se vengono entrambi sperimentati.

Ascoltare è un essere al servizio di un’altra persona, ma è al tempo stesso un onore perché significa che siamo stati scelti come persona a cui poter raccontare. Perché io possa continuare ad essere scelto la persona che si confida con me ha bisogno che io rispetti ciò che mi viene confidato. Rispettare significa che ascolto senza giudicare il valore di ciò che ascolto. Il rischio è che io rida di un bambino di tre anni che mi racconta di essere innamorato della compagna della scuola materna e mi metta a raccontarlo a parenti e amici come se fosse una cosa divertente per alcuni o di cui andare orgogliosi per altri… Perché, dopo questa esperienza, a tredici anni dovrebbe raccontarmi del suo nuovo amore?

L’ascolto richiede rispetto. I greci parlavano di epoché, o sospensione del giudizio, ma anche di myein che vuole dire “chiudere le labbra”, che è la radice di mistero.
L’ascolto è questo: aprirsi al mistero dell’altro.


Inserito in Coterapeuta, Educazione, Musicoterapia umanistica, Simona Colpani

DSA – Proviamo con la musica?

Autore: Giulia Cremaschi Trovesi

PARTE SECONDA: L’INDIVIDUALITÀ DI OGNI PERSONA

3. La didattica individualizzata e personalizzata. Strumenti compensativi e misure dispensative.

La Legge 170/2010 dispone che le istituzioni scolastiche garantiscano «l’uso di una didattica individualizzata e personalizzata, con forme efficaci e flessibili di lavoro scolastico che tengano conto anche di caratteristiche peculiari del soggetto, quali il bilinguismo, adottando una metodologia e una strategia educativa adeguate». I termini individualizzata e personalizzata non sono da considerarsi sinonimi. In letteratura, la discussione in merito è molto ampia e articolata. Ai fini di questo documento, è possibile individuare alcune definizioni che, senza essere definitive, possono consentire di ragionare con un vocabolario comune.

“Individualizzato” è l’intervento calibrato sul singolo, anziché sull’intera classe o sul piccolo gruppo, che diviene “personalizzato” quando è rivolto ad un particolare discente.

La didattica individualizzata consiste nelle attività di recupero individuale che può svolgere l’alunno per potenziare determinate abilità o per acquisire specifiche competenze, anche nell’ambito delle strategie compensative e del metodo di studio; tali attività individualizzate possono essere realizzate nelle fasi di lavoro individuale in classe o in momenti ad esse dedicati, secondo tutte le forme di flessibilità del lavoro scolastico consentite dalla normativa vigente.
La didattica personalizzata, invece, anche sulla base di quanto indicato nella Legge 53/2003 e nel Decreto legislativo 59/2004, calibra l’offerta didattica, e le modalità relazionali, sulla specificità ed unicità a livello personale dei bisogni educativi che caratterizzano gli alunni della classe, considerando le differenze individuali soprattutto sotto il profilo qualitativo; si può favorire, così, l’accrescimento dei punti di forza di ciascun alunno, lo sviluppo consapevole delle sue “preferenze” e del suo talento. Nel rispetto degli obiettivi generali e specifici di apprendimento, la didattica personalizzata si sostanzia attraverso l’impiego di una varietà di metodologie e strategie didattiche, tali da promuovere le potenzialità e il successo formativo in ogni alunno: l’uso dei mediatori didattici (schemi, mappe concettuali, etc.), l’attenzione agli stili di apprendimento, la calibrazione degli interventi sulla base dei livelli raggiunti, nell’ottica di promuovere un apprendimento significativo.

Fra i più noti indichiamo:
- la sintesi vocale, che trasforma un compito di lettura in un compito di ascolto;
- il registratore, che consente all’alunno o allo studente di non scrivere gli appunti della lezione;
- i programmi di video scrittura con correttore ortografico, che permettono la produzione di testi sufficientemente corretti senza l’affaticamento della rilettura e della contestuale correzione degli errori;
- la calcolatrice, che facilita le operazioni di calcolo;
- altri strumenti tecnologicamente meno evoluti quali tabelle, formulari, mappe concettuali, etc.

(“Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Dipartimento per l’Istruzione Direzione Generale per lo Studente, l’Integrazione, la Partecipazione e la Comunicazione” – “Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con disturbi specifici di apprendimento”)

Le parole scritte dagli specialisti del MIUR dicono a chiare lettere che i processi di apprendimento sono personali, soggettivi. Non ci sono e non possono esserci due bambini uguali. Non ci possono essere due bambini che imparano allo stesso modo, con gli stessi tempi di applicazione.
Occupandoci di bambini piccoli possiamo constatare che l’apprendimento del linguaggio verbale è soggettivo. Ogni bambino impara a parlare a modo suo, con il suo ritmo, rispondendo all’ambiente che lo circonda secondo le sue capacità. Perché occuparci dell’apprendimento del linguaggio verbale? Perché ogni studio, lavoro, attività, rapporto sociale, si realizza utilizzando il linguaggio verbale. Si pongono interrogativi quali:
- quando un bambino incomincia a parlare?
- quali sono gli elementi che influenzano l’apprendimento del linguaggio verbale in un bambino?

“La musica guida verso ogni cambiamento,
per questo è all’inizio dell’ordine e della
possibilità di ogni cambiamento””
(Aristide Quintiliano, dal trattato “De Musica” Grecia, 200 a. C.)

Le risposte sono complesse. Un dato comune per tutti i bambini, senza differenze di razze e culture, consiste nel fatto che l’apprendimento del linguaggio verbale inizia ancor prima della nascita. Il grembo materno è la prima orchestra che non smette di pulsare, ritmare, suonare per tutto il periodo della gestazione. La percezione di questo mondo musicale è affidata al corpo, al feto che, di ora in ora, modifica le sue dimensioni. Il feto vive dentro alle onde liquido – sonore, percepisce con tutto se stesso, convibra con il vibrare del corpo materno. Ciascuno di noi è corpo. Nella vita fetale il corpo è corpo vibrante. Il feto vibra delle onde sonore, delle emozioni della madre. Nella vita di tutti i giorni noi tutti siamo corpo vibrante. La cultura ci ha abituati a credere che riceviamo le onde sonore soltanto attraverso l’udito. L’apparato uditivo è specializzato nel distinguere le frequenze acute, ossia le armoniche che determinano i timbri dei suoni. Il corpo è il ricettore, il grande orecchio che percepisce convibrando con l’ambiente in un’ininterrotta risonanza con il mondo. Anche se non siamo consapevoli di questo convibrare, siamo sempre coinvolti.

La memoria fatta di ritmi, suoni, versi, rumori, voci etc. ha avuto inizio ancor prima di nascere. La memoria sarà uno degli elementi di fondamentale importanza nell’apprendimento, per tutta la vita. Il neonato, crescendo, accumula esperienze, percezioni, attraverso le emozioni. Possono essere esperienze, emozioni, percezioni che favoriscono o non favoriscono gli apprendimenti.
- Il farsi della parola dipende dal respiro.
- La respirazione investe il corpo. Il corpo, per respirare, deve muoversi.
- Il feto ha imparato a muoversi perché vive in un corpo in costante movimento.
- Ogni movimento ha un prima e un dopo.
- Ogni movimento è ritmo: si realizza nel prima e nel dopo, mentre il tempo passa.
- L’ordine nella successione ritmica è la numerazione.
- L’ordine negli accenti, nella melodia delle parole è canto.

Ritmi e suoni sono il fondamento della nostra vita. Ritmi e suoni sono all’origine del movimento, del numero, della parola. Per il bambino in età della scuola materna e del primo ciclo della scuola primaria, movimento, numero, parola sono una cosa sola. Gli apprendimenti scolastici condurranno gli scolari a cogliere le differenze fra le discipline. È un fatto innegabile che ogni disciplina è detta, descritta con le parole. Parlare. Leggere, scrivere, far di conto sono apprendimenti indispensabili.
In una costruzione noi ammiriamo tutto ciò che possiamo vedere. Le fondamenta sono invisibili; sono sotto a tutto ciò che è visibile. Così accade per noi. Tutto ciò che sarà osservabile a scuola si è strutturato negli anni precedenti. Gli apprendimenti scolastici sono le costruzioni che sorgono sulle fondamenta generatesi negli anni precedenti. Le difficoltà che emergono a scuola dimostrano che gli apprendimenti del bambino appoggiano su fondamenta poco solide. Questi sono i motivi per i quali le attività scolastiche del leggere, scrivere, far di conto, si innestano con il modo di sperimentare e imparare che il bambino ha sperimentato quando era più piccolo. Da secoli stiamo dimenticando che l’essere umano ha imparato a parlare, parlando. Le nostre parole portano nelle loro strutture i suoni delle lingue morte. L’uomo ha conquistato i segni dell’alfabeto disegnando. Infatti i nostri segni provengono da disegni la cui storia si perde nella notte dei tempi. L’uomo ha imparato a numerare (i nostri segni numerici portano ancora le tracce dell’antica corrispondenza biunivoca) manipolando oggetti e calcoli (sassolini). La parola si realizza attraverso il dialogo fra il bambino e gli adulti che gli sono vicini. La parola è parabola, ponte di collegamento fra due o più persone. Esistono correlazioni fra ontogenesi (crescita di una persona) e filogenesi (crescita dell’umanità). Nella filogenesi gli esseri umani si sono serviti della voce per dare suono alla voce, per dire, per condividere con la voce le esperienze vissute. Così fa il bambino che procede nell’aprirsi al linguaggio verbale attraverso il dialogo, l’ascolto degli adulti.

Il bambino ascoltato impara ad ascoltare, ad ascoltarsi.

Ogni essere umano si evolve secondo le sue capacità, le esperienze, le sollecitazioni affettive ed ambientali. Tutto ha il carattere della soggettività. Ogni essere umano cresce, si evolve, impara sulla base delle esperienze, dell’affettività, dei vissuti che ha accumulato dentro di sé.

Suoni, ritmi, movimento sono le fondamenta sulle quali sorgeranno gli apprendimenti. La storia di ogni bambino comprende i motivi dei comportamenti, del livello di attenzione, dell’impegno che gli sarà richiesto nella vita scolastica. L’attenzione nel bambino cresce con il passare dei mesi. A un anno di età gli interessi dei bambini durano per pochi minuti, a tre anni dovrebbero durare più a lungo e così via. I testi dei pedagogisti sono ricchi di documentazioni. I tempi di attenzione dovrebbero prolungarsi con il passare degli anni. L’attenzione è frutto della pratica dell’attenzione stessa. Si impara a rispettare il turno quando si condivide un’esperienza all’interno di un gruppo. Fino a quando un bambino vive in famiglia, magari è figlio unico, come può imparare il comportamento richiesto nel gruppo? Fino a quando un bambino ha avuto tutto il tempo per essere spettatore davanti al teleschermo o impegnato con una macchinetta elettronica nelle mani, e nessun adulto si è preoccupato di valutare quali contenuti, apprendimenti, fantasie si sono sviluppate in lui, come possiamo chiedergli di applicarsi sulle pagine di un quaderno per tempi che si prolungano di giorno in giorno? L’esposizione prolungata a rumori, apparecchiature elettriche accese etc. è un continuo e costante stimolo al movimento perché le onde sonore sono onde di energia, spinta al movimento. Non dobbiamo stupirci di leggere dati statistici che segnalano il costante aumento di bambini in continuo movimento. Ne consegue che i bambini sono carichi di energia che non trova uno sfogo adeguato. L’apprendimento ne fa le spese.

La scuola primaria, sotto l’aspetto di bambini, ossia in dimensioni ridotte, in realtà è frequentata da persone si sono fatte una visione del mondo coerente con le esperienze vissute. Un bambino di sei anni ha avuto molte occasioni per imparare e farsi un’idea di quello che lo riguarda. Imparare a condividere le attività scolastiche con i compagni richiede di modificare le abitudini, il modo di guardare al mondo, alla vita, di mettersi in discussione. Noi adulti simo disposti a consentire agli alunni di una classe di imparare a convivere, a condividere con gli altri le attività scolastiche?
Stare con gli altri è un apprendimento che si evolve nel tempo, stando con gli altri.
Aspettare il proprio turno è un apprendimento.
Ascoltare quello che dice un compagno è un apprendimento.
Trarre profitto da quello che fa un compagno alla lavagna è un apprendimento.
Non fare cadere matite, gomme, fogli, quaderni etc. dal banco è un apprendimento.
Saper gestire lo spazio del banco con quaderni, libri, matite, gomme, penne etc. è un apprendimento.
Saper temperare una matita è un apprendimento.
Saper fare scorrere la punta di una biro sul foglio con una prensione adeguata delle dita e con scioltezza del polso è un apprendimento…

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Potere, coscienza e liberta’ dalla paura

Carlo Sini e Mauro Scardovelli

Video della conferenza: Potere, coscienza e liberta’ dalla paura.

Ci può essere intelligenza e libertà di coscienza senza libertà dalla paura? Senza libertà dal giudizio e dal pregiudizio?

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Aleph – Metamodello II: il linguaggio della trasformazione

Intensivo di trasformazione personale25-26-27 (ven-dom) novembre 2011 – Tortona (Alessandria) – Viale San Francesco d’Assisi, 2 – 15057 Tortona (AL)

Conduttore: Mauro Scardovelli e Carolina Bozzo                                                                        Web: Aleph

PRESENTAZIONE:

Tutti i problemi psicologici, dalla depressione all’insicurezza, dalla paura alla rabbia narcisistica, originano da un’unica causa: l’illusione di separazione, l’illusione che ci fa credere oggetti isolati in un mondo potenzialmente pericoloso. Piccole imbarcazioni sulle onde di uno sterminato oceano. Il pensiero-linguaggio, che ci caratterizza come specie, fornendoci la capacità di autoscienza e di creazione della realtà, concorre grandemente a produrre l’illusione originaria e i problemi che ne seguono. Può il linguaggio, da strumento di separazione, essere utilizzato come strumento per riportarci al senso di unità, interconnessione, fratellanza con tutti gli esseri? Può essere utilizzato come medicina, come balsamo per curare la ferita che mai guarisce, perché la nostra anima, attraverso la sofferenza, continuamante ci spinge a tornare nella nostra vera casa? Il metamodello 2 è la risposta a questa domanda: sì, è possibile. Ed è alla portata di chiunque intenda praticarlo nella vita di tutti i giorni. Questa è la più grande rivoluzione della PNL. La programmazione neurolinguistica ora può diventare deprogrammazione neurolinguistica, a partire proprio dal linguaggio. Un nuovo tipo di linguaggio diretto a confrontare alla radice i presupposti più occulti, insiti nella visione dualistica del mondo condivisa dall’intera nostra civiltà.

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DSA – Proviamo con la musica?

Autore: Giulia Cremaschi Trovesi

PARTE PRIMA: SERVE ANCORA LA PEDAGOGIA?

La scuola dell’obbligo, per definizione, accoglie tutti i bambini. Tutti i bambini sono pronti per essere attenti, per ascoltare, per applicarsi, per imparare? Se così fosse non sarebbe sorta la pedagogia. In ogni classe, in particolare dalla classe prima della scuola primaria, gli insegnanti si aspettano di incontrare bambini con particolarità nel comportamento, nel modo di relazionarsi, con difficoltà nell’attenzione e, per conseguenza, nell’apprendimento. Chi è insegnante sa che cosa deve insegnare, non sa come riuscirà ad insegnare. I programmi scolastici non possono diventare delle istruzioni per l’uso. Gli insegnanti sanno che ogni proposta di apprendimento va verificata, anche più volte. Nei processi pedagogico-educativi è tutto un gioco di qualità dove, per qualità, si intende la relazione interpersonale. L’insegnante si occupa di scoprire che cosa ha capito ogni bambino ed è pronta a trovare idee, indicazioni, accorgimenti che consentano di procedere in modo efficace. I bambini con difficoltà di apprendimento ci sono sempre stati. La novità attuale consiste nel fatto che queste difficoltà oggi sono state trasformate in danni organici. Chi sono gli autori di questa alchimia?
Chi vuole documentarsi può fare un giro in Internet cercando la voce “Giù le mani dai bambini”. Il lettore trova documentazioni favorevoli e contrarie al DSA. Anche gli psichiatri sono spaccati in due: favorevoli o contrari. Ecco il vantaggio di poter accedere ad una documentazione oggettiva. Se le difficoltà nel comportamento, nel modo di relazionarsi, con difficoltà nell’attenzione e, per conseguenza, nell’apprendimento sono danni organici, allora diventano di competenza clinica, decade quella pedagogico-educativa, ossia scolastica.

Leggiamo dal testo del MIUR:
“Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Dipartimento per l’Istruzione Direzione Generale per lo Studente, l’Integrazione, la Partecipazione e la Comunicazione” Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con disturbi specifici di apprendimento”

1. I DISTURBI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO
I Disturbi Specifici di Apprendimento interessano alcune specifiche abilità dell’apprendimento scolastico, in un contesto di funzionamento intellettivo adeguato all’età anagrafica. Sono coinvolte in tali disturbi: l’abilità di lettura, di scrittura, di fare calcoli. Sulla base dell’abilità interessata dal disturbo, i DSA assumono una denominazione specifica: dislessia (lettura), disgrafia e disortografia (scrittura), discalculia (calcolo).
Secondo le ricerche attualmente più accreditate, i DSA sono di origine neurobiologica; allo stesso tempo hanno matrice evolutiva e si mostrano come un’atipia dello sviluppo, modificabili attraverso interventi mirati.

“Leggere, scrivere, far di conto”, sono parole che leggiamo in Pinocchio. Chi ha difficoltà nella lettura è dislessico, chi ha difficoltà nella scrittura è disgrafico, chi ha difficoltà nell’ortografia è disortografico, chi ha difficoltà nel fare i calcoli è discalculico. Non viene citata la dislalia, ossia la difficoltà ad esprimersi correttamente con le parole. Non vengono citate nè la disprassia, che potrebbe essere correlata con la disgrafia, né la disartria, né la disfasia, definizione cliniche specifiche. Poiché queste difficoltà sono difficilmente distinguibili le une dalle altre (chi ha difficoltà a leggere probabilmente ha difficoltà anche a scriver etc.) ecco apparire una parola nuova: la comorbilità. Soffre di comorbilità il bambino che presenta dislessia, disgrafia, discalculia, tutte insieme.

Il DSM – IV distingue fra DSA e ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder). Negli U.S.A. sono differenziati: LD (Learning Disorder) e ADD (Attention Deficit Disorder). Gli insegnanti hanno la competenza per valutare se queste differenze, queste separazioni sono riscontrabili nella realtà:
- DSA, Disturbi Specifici dell’Apprendimento;
- ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder);
- LD (Learning Disorder);
- ADD (Attention Deficit Disorder).

Un bambino in difficoltà nell’imparare assume anche comportamenti particolari che possono variare in una gamma compresa fra l’iperattività e l’apatia. Come sta questo bambino con l’autostima? Possiamo dare un valore assoluto ai test? Da anni ed anni è stata dimostrata la necessità di prudenza nel dare un valore assoluto all’esito dei test perché troppi elementi, di natura relazionale, ne compromettono l’attendibilità. Facciamo un tuffo nella storia. Carlo Collodi, con il suo testo “Le avventure di Pinocchio” ha ritratto un burattino che porta in sé le caratteristiche dell’alunno più svogliato e meno intenzionato ad imparare che si possa incontrare. Iperattività e scarsità di attenzione sono le sue caratteristiche fondamentali. Pinocchio ha i suoi motivi per essere così! Non ha frequentato la scuola materna, non è stato neppure un bambino piccolo. Pinocchio entra nella vita di punto in bianco, quando è già grande. Quali esperienze ha realizzato prima di allora? Non ha neppure imparato a camminare! Prova e trova l’equilibrio sui piedi, saltellando, correndo per la stanza, facendo danni, iniziando a fare dispetti. Come reagirebbe Pinocchio se fosse sottoposto ai test di valutazione, ai programmi personalizzati, ai percorsi della riabilitazione? Di lui si direbbe che è iperattivo, con deficit di attenzione, con difficoltà nell’apprendimento della lettura, della scrittura, dei calcoli, nella relazione, nel comportamento. Come sta Pinocchio con l’autostima se si fida del primo gatto che incontra? Secondo i criteri provenienti dagli USA la cura farmacologica è quanto di meglio si possa dare a Pinocchio. Il nostro burattino avrebbe danni neurobiologici? La risonanza magnetica metterebbe in luce anomalie al sistema nervoso centrale (neuro) o al corpo (biologico) di Pinocchio? Questi danni avrebbero una matrice evolutiva, ossia sarebbero in grado di crescere con il passare del tempo? Questi danni sarebbero atipici rispetto allo sviluppo della norma? Questi danni sarebbero modificabili attraverso interventi mirati? Quali sono gli interventi mirati? Come si fa a tenere fermo in un banco, non solo fermo ma attento e impegnato, un burattino con l’argento vivo addosso? Il Ministero dichiara che, nelle classi prime della scuola primaria, i Pinocchini e Pinocchietti, ossia i bambini con difficoltà nell’apprendimento, rappresentano il 20% della classe. È così solo da oggi? Ebbene, perché mai Carlo Collodi, al secolo Carlo Lorenzini, avrebbe creato Pinocchio se i bambini in difficoltà non ci fossero già stati, se non avesse avuto dei modelli da descrivere? La scuola pubblica fu istituita con l’unità d’Italia. Le avventure di Pinocchio sono state pubblicate a partire dal 1881. La scuola pubblica aveva circa vent’anni. Se ci documentiamo presso un altro autore famosissimo per le tematiche scolastiche, De Amicis, possiamo constatare come essere maestro sia sempre stato arduo e difficile. Dovremo sbarazzarci di questi testi per cambiare opinione? Pinocchio, con lui Gianburrasca (di Vamba, ossia Luigi Bertelli), e gli alunni di De Amicis non manifestano segnali legati all’affettività, ai disagi sociali, ed altro ancora; ebbene, oggi possiamo dire che sono neurolesi, presentano danni neurobiologici.

Non possiamo dimenticare il personaggio delle barzellette, “Pierino”, il bambino più scombinato per eccellenza. Pierino, con tutti gli sforzi del mondo, non ne fa mai una giusta.

“Il monello” di Charlie Chaplin è un altro clamoroso esempio delle difficoltà umane, pertanto sociali, che un bambino può incontrare nella vita.

“Cani perduti senza collare” è il più famoso libro di Gilbert Cesbron (1913-1979) che affronta il tema dei ragazzi abbandonati, senza genitori, soli, dimenticati dalla società, costretti a vivere senza amore, allo sbando, in istituti di assistenza freddi e ostili.

Vittorio De Sica è stato regista di un film dedicato all’infanzia: “I bambini ci guardano”. Il titolo è significativo perché sottolinea il ruolo che gli adulti, travolti dai loro problemi, continuano ad avere nella crescita ed apprendimento (imparare a vivere) di un bambino.

Sarebbe interessante chiedere agli specialisti che differenza esiste fra danni neurobiologici e danni cerebrali (cerebrolesione).

Il prof. Thomas Szasz, psichiatra – accademico di fama mondiale, in un’intervista che si trova su YouTube, sostiene che nessuno è in grado di dimostrare che i disturbi di comportamento e apprendimento sono malattie.

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